Per un’allieva che non c’è più

Gennaio 15, 2016 Commenti disabilitati su Per un’allieva che non c’è più
Per un’allieva che non c’è più

Il valore sociale della condivisione e del dolore

Quando si subisce una perdita, oggi vengono spesso a mancare quei supporti collettivi che un tempo erano strettamente radicati nella struttura sociale e che facevano del dolore un’esperienza di condivisione. Si è visto che come oggi ci si ritrovi soli davanti alla morte e al lutto. Ecco perché risulta urgente che chi ha un ruolo pedagogico si ponga come strumento di mediazione tra il singolo e i suoi vissuti. E’ importante educare tutti i bambini e gli adolescenti alla morte, un concetto che accomuna ogni individuo.  Anche se non hanno subito perdite personali, i minori sono circondati continuamente dalla morte. Questo avviene quotidianamente attraverso i media, i film, i cartoni animati, i giochi, osservando la natura e gli animali. Comprendere la morte è un processo di iniziazione che si fa educazione permanente in quanto dura tutta la vita, inizia nell’infanzia e si protrae fino alla vecchiaia.

C’è curioso di fronte ai grandi temi della vita, come la nascita e la morte. Quando bambini ed adolescenti pongono delle domande lo fanno per ampliare la sua comprensione del mondo e per crescere. Ma gli adulti, compresi gli educatori, frequentemente restano impreparati e sconcertati. La morte di fatto si dimostra impensabile per la nostra società. Eppure la morte ci accompagna in ogni istante, è una delle preoccupazioni che maggiormente appesantisce l’animo umano. Da qui scatta la necessità di difendersi, evitando di sollevarne l’argomento e addirittura evitando di nominarla. I minori vengono tenuti al riparo, l’infanzia e l’adolescenza è considerata una fase necessariamente spensierata che occorre proteggere dal dolore. Ma questo è impossibile, il dolore fa parte della vita, anche di quella dei bambini e di giovani.

Nel tentativo di proteggere si cancella l’opportunità di stabilire con loro una relazione intensa che avvicina: la condivisione di un dolore. Per affrontare un evento forte come la morte spesso non sono sufficienti le proprie risorse ma è necessario anche l’aiuto degli altri. La morte rappresenta sempre un’inedita forma del non poter più vivere insieme agli altri, un vuoto non completamente spiegabile ed è importante non sentirsi soli percorrendo questo viaggio.

Parlare della morte e educare gli adulti a farlo è anche un potente strumento per rifondare una dimensione etica della convivenza. In una società dove le emozioni sono messe al bando e atrofizzate (addirittura represse e stigmatizzate), le esperienze di dolore e la riflessione sulla morte possono essere il punto da cui partire per ripensare un diverso modo di vivere sociale.

L’educazione emotiva che non esclude la sofferenza risveglia tutte le emozioni e mette in risalto che attraverso di esse siamo connessi agli altri. Attraverso la perdita di una persona cara l’individuo si educa a sentirsi legato alla vita degli altri, interiorizzando quanto gli altri siano parte costitutiva di se stesso. Attraversando il dolore è possibile percepire quel sentimento originario di connessione al gruppo e al corpo sociale.

Il lutto e in generale la riflessione sulla morte, aiuta a riappropriarsi della limitatezza dell’esistenza e ad accettarne il limite, contro i deliri di onnipotenza che la società attuale vuole imporre anche in contesti come la scuola che fornisce sempre formule esistenziali rassicuranti ed ottimistiche.  Niente di più errato. Venendo meno, incedendo nella vita, le illusioni razionalistiche sul benessere materiale e spirituale, lo schianto della morte può annichilire poiché appare un’intrusione inaccettabile nel campo di sorti individuali  “obbligatoriamente” magnifiche e progressive.

Con e attraverso gli altri, il dolore privato assume un valore sociale che può diventare occasione per lo sviluppo della solidarietà sociale e di nuove forme di responsabilità etica. Ecco perché è importante partire dai più fragili, gli “inesperti”, il seme su cui si basano le società future. L’educazione alla morte deve avvenire in tutti i principali contesti educativi, cominciando dalla famiglia e dalla scuola d’infanzia. Educare alla morte non è una lezione teorica, ma nasce nella relazione. Il bambino e la bambina, la ragazza ed il ragazzo devono quindi essere liberi di porre le domande quando ne sentono il bisogno. Poiché la morte è scivolata nel dominio dei concetti astratti, rimossa comunque, non è semplice da assimilare, specie per i minori. Potrà rendersi necessario ripetere più volte le stesse spiegazioni, per dare il tempo di interiorizzare, specie se bambini ed adolescenti hanno subito una perdita reale. Bisogna aiutare loro ad esprimere ciò che vivono, sentono e pensano in una logica relazionale accogliente ma non invasiva. Il gruppo di appartenenza fornisce loro, fin da piccoli, dei modelli affettivi e comportamentali da provare in determinate circostanze sociali e familiari (feste e anche lutti). Quindi, col passare del tempo interiorizzano sempre di più questi modelli elaborando delle rappresentazioni dei diversi stati emotivi da mostrare in determinate circostanze sociali e vi si adeguano. In genere nella società attuale si educa maggiormente ad esprimere sentimenti riguardanti aspetti positivi e non negativi. Per contrastare questa tendenza “culturale” che porta ad una omologazione in serie occorre:

  1. educare a valorizzare le differenze individuali di ognuno. Comunicare il proprio dolore e sentirsi accolti dagli altri aiuta a valorizzare la propria soggettività, con il proprio modo singolare di esprimere il dolore e il disagio.

  2. educare alla sintonizzazione con i propri vissuti emotivi: riconoscere, accettare ed esprimere anche le emozioni più negative, come il dolore e la paura;

  3. educare a sintonizzarsi con gli altri per potere comunicare i propri stati emotivi e affinare quella sensibilità emozionale che conduce alla condivisione e alla solidarietà. Questo aspetto costruisce il senso del vivere in comune, che è cosa ben diversa dalla mera convivenza basata su regole socialmente determinate.

(Testo rielaborato – Fonte: Giorgia Menoni)

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