L’algoritmo non si può licenziare

novembre 14, 2017 No Comments »
L’algoritmo non si può licenziare
Dopo le rivelazioni apparse su numerosi media nelle ultime settimane, se gli algoritmi di Facebook fossero dei dirigenti aziendali, l’opinione pubblica chiederebbe le loro teste su un piatto. Innanzitutto: la società ha ammesso un “fallimento” quando l’algoritmo studiato per la pubblcità ha catalogato e permesso di raggiungere utenti antisemiti. Poi il patron Mark Zuckerberg è finito al centro dello scandalo sugli annunci pubblicitari acquistati da gruppi collegati al Cremlino, durante l’ultima campagna elettorale americana. Tanto per dare esempi negativi.

Si può a ragione parlare di una pessima gestione, peccato non si possa licenziare l’algoritmo che, tra parentesi, fa esattamente solo quello per cui è stato inventato. Come dice Siva Vaidhyanathan, dell’Università della Virginia “gli algoritmi funzionano esattamente come sono stati progettati per funzionare”. E’ questo il punto che rende la problematica estremamente difficile da risolvere e porta alla luce una contraddizione che colpisce il core business della più grande rete sociale al mondo.

Facebook non ha creato il proprio servizio pubblicità grazie ai contatti e alle relazioni con i grandi investitori. Il suo “successo” sta nei piccoli numeri (si fa per dire) e nelle persone comuni: il fiorista che vuole attirare più clienti, gli adolescenti prima dell’inizio della scuola , l’idraulico che si è appena trasferito e vuole farsi conoscere…
Il profitto enorme di Facebook – 3,9 miliardi di dollari tra aprile e giugno di quest’anno – è prodotto proprio da questo progetto automatizzato. Scopre cosa piace di più agli utenti, trova gli inserzionisti che vogliono raggiungere quel pubblico, li unisce e valuta e poi fattura. Non ha bisogno di lavoratori.

Purtroppo, questa disattenzione generale al contesto e la poca attenzione alle conseguenze ha aperto le porte ad abusi gestionali.

www.bbc.com/news/technology

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