Notizie false. Notizie vere. Politici. Media | Liceo statale G. Marconi - Pescara

Notizie false. Notizie vere. Politici. Media

dicembre 13, 2017 Commenti disabilitati su Notizie false. Notizie vere. Politici. Media
Notizie false. Notizie vere. Politici. Media

In materia di notizie false (fake news), argomento di attualità e riproposto ormai quotidianamente da tutti i media, alcune considerazioni tratte dall’intervento di Vincenzo Zeno-Zencovich (Ordinario di diritto comparato all’Università di Roma Tre) alla XXXI edizione del Festival Eurovisioni.

Zeno-Zencovich ha affermato: Le fake news sono una fake issue, nel senso che le notizie false non esistono perché non esistono notizie vere. Nel sistema della comunicazione e dell’informazione esistono, invece notizie i cui elementi costitutivi e le cui fonti sono stati diligentemente accertati. Di ogni fatto notiziale possono essere fornite due o molteplici versioni: da quello più banale (l’incidente stradale nella versione dell’investitore e dell’investito), a quello più drammatico (l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914).
La pretesa che l’informazione sia “vera” è filosoficamente insostenibile e socialmente e politicamente inattuabile.

Perché dunque si parla tanto ora di fake news? Sorge il dubbio che sia frutto di una convergenza fra ipocrisia e opzioni ideologiche.
In primo luogo il tema delle fake news sorge dopo l’elezione alla presidenza USA di Donald Trump. Si afferma che lo stesso candidato e organi di comunicazione a lui vicini avrebbero diffuso a piene mani notizie false che avrebbero portato elettori indecisi a votare per il candidato repubblicano in danno di quello democratico.
Premesso che tale rapporto causa/effetto andrebbe seriamente provato (la circostanza che un candidato sia scorretto non è di per sé evidenza di una influenza decisiva sull’elettorato), quel che lascia perplessi è la ideologia che è sottesa alla argomentazione. Il cui senso sarebbe che, posto che Trump esprime posizioni in larga parte inaccettabili per gli opinion makers e per la maggioranza dell’establishment americani , non gli può essere consentito di orientare a suo favore i cittadini.

Il presupposto inespresso – ma chiaramente anti-democratico – è che gran parte dei cittadini (ovviamente esclusi gli opinion makers) sono persone dotate di modeste capacità intellettive e facilmente abbindolabili dalla propaganda elettorale e dalle false notizie. Gli elettori vanno protetti da loro stessi, dalle loro debolezze, dalle loro passioni, infatuazioni, idiosincrasie, ma ovviamente solo se votano per un soggetto sgradevole, prepotente, roboante come Trump.
Le fake news sono tali a seconda di chi le enuncia e come conseguenza dell’esito elettorale.

Venendo a più vicine vicende di casa nostra, per trent’anni sugli elettori italiani è stata rovesciata la notizia falsa che l’Unione Sovietica fosse la patria della democrazia popolare e che il comunismo fosse la medicina ai guasti del capitalismo. Gli elettori del PCI erano dei minorati? Tutt’altro, erano in larghissima misura persone intelligenti, oneste e civili (come del resto anche gli elettori democristiani). Ma non si è pensato per un attimo che si dovesse chiudere “l’Unità” o mettere il bavaglio alla RAI monocolore.
A voler utilizzare una metafora calcistica, è comprensibile che la squadra che perde (in modo così inatteso e contro un candidato così sgradevole) invochi il foul play (cioè il fallo), e dunque cerchi di mettere in discussione il risultato del campo. Ma a voler essere seri e volendo evitare di ripetere gli errori che hanno portato alla sconfitta, i democratici americani (e con essi i ‘sinceri democratici’ di casa nostra) dovrebbero chiedersi perché milioni di americani hanno preferito l’impresentabile Trump, alla intelligente, grintosa, appassionata, esperta Hillary Clinton. E perché nella agiata Florida – lo stato chiave della sconfitta sia del 2000 che del 2016 – i milioni di elettori latinos non abbiano in alcun modo reagito alle fake news sugli immigrati criminali e fannulloni premiando la antagonista democratica.
Indimostrato il nesso fra fake news e vittoria del candidato anti-democratico (in tutti i sensi), ancor meno sostenibile è la tesi secondo cui ciò si può e si deve evitare attraverso una forte iniezione di informazione pubblica, affidata alle emittenti di servizio pubblico, e al controllo sugli operatori dell’informazione.
In questo caso disponiamo della controprova: si dice che il risultato americano è stato determinato dalla struttura tutta privatistica ed economicistica dell’attività informativa. Ma allora come si spiega il risultato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito? Dove, a dispetto dello sbandierato ruolo di garanzia della BBC, le notizie false del Trump britannico, Boris Johnson, hanno vinto la partita. Anche qui elettori minorati, influenzabili, irrazionali e – diciamola tutta – razzisti?

Il sospetto che la spiegazione sia molto più complessa ed abbia ben poco a che vedere con il tasso di “verità” o di “falsità” delle notizie circolate è forte.
La caratura elitista e intellettualistica della campagna contro le fake news (e dunque intrinsecamente anti-democratica: c’è democrazia quando gli elettori votano quello che proponiamo noi; altrimenti non c’è democrazia), è confermata da un’altra considerazione.
La vittoria di Donald Trump viene regolarmente e sulla base di studi asseritamente scientifici, attribuita all’uso che il candidato repubblicano e i suoi sostenitori hanno fatto dei c.d. social media, che hanno fatto da moltiplicatore alle sue fake news e alla sua propaganda. La rete Internet sarebbe un potente persuasore, che catalizzerebbe i preconcetti e soffocherebbe un reale confronto di idee.

Colpisce in primo luogo la memoria corta e il doppio-pesismo. Quando nel 2008 si ebbe la storica vittoria di Barack Obama, prima contro la Clinton nelle primarie e poi contro l’eroe di guerra McCain, essa fu in larga misura attribuita all’innovativo uso della rete e dei social media.
Dunque, se i democratici si aggregano e consolidano i loro ideali sulla rete si tratta di una dimostrazione di come le nuove tecnologie sono al servizio della partecipazione popolare al processo elettorale. Se invece lo stesso strumento è utilizzato da cittadini che sostengono le tesi opposte – sgradevoli, stupide, autolesioniste – allora si scopre che la rete costituisce un pericolo per la democrazia e deve essere controllata.

E il cuore del problema è proprio qui. Se la Corte Suprema degli Stati Uniti, vent’anni fa, ci ha detto – ed ha sacrosantemente ragione – che la rete Internet è “un mezzo profondamente democratico” bisogna arrendersi alla circostanza che attraverso la rete e i tanti sistemi da essa offerti, a partire dalle piattaforme di condivisione di idee, notizie, commenti e contenuti, centinaia di milioni di cittadini esprimono e si espongono a quello altrui.
Fa riflettere la circostanza che il tema delle fake news emerga con riferimento non alle “bufale” giornalistiche, alle campagne di linciaggio e di annientamento morale promosse ogni giorno dai media tradizionali (stampa e televisione), ma quando i cittadini si comportano in modo analogo sulla rete. In termini concreti, quando un giornale o una televisione addita una persona come colpevole delle peggiori nefandezze morali e giuridiche, e ciò sulla base di meri indizi – di solito estrapolati da atti di indagine di polizia che non hanno ricevuto alcun conforto di una processo e che l’accusato non è neanche in grado di contrastare, perché ristretto in carcere o comunque ormai appestato –  questo non avrebbe nulla a che vedere con il tema delle fake news e viene detto, con la tracotanza dell’aguzzino impunito, “è la stampa, bellezza”. Quando invece i cittadini si comportano nello stesso, incivile e vergognoso, modo sulla rete, allora ci si preoccupa e si chiede a gran voce di controllare, reprimere e sopprimere le loro esternazioni. Chi ha seminato il vento della totale immunità dei media, oggi raccoglie la tempesta della canea del tanto decantato “popolo della rete”.
Ovviamente ciò non vuole essere una giustificazione di espressioni ingiustificabili e che denotano il degrado di ogni costume di civiltà. Ma vuole evidenziare che non si può da un lato esaltare la “libertà di manifestazione del pensiero”, facendo assurgere l’art. 21 della Costituzione e l’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo-CEDU e delle liberta fondamentali ad usbergo della immunità di potenti aziende editoriali e dei loro arroganti dipendenti, garantendo a quest’ultimi la irresponsabilità, e, dall’altro lato, pretendere di dichiarare responsabili i cittadini e le piattaforme che ne ospitano le falsità e le opinioni.

Con il che si torna al punto di partenza. Non esistono fake news. Ci sono notizie e commenti che sono legittimi se si fondano su un diligente accertamento e sono espressi in modo tale da non ledere ed annientare la personalità altrui. E tale obbligo è, ovviamente, molto più stringente per chi professionalmente e dietro retribuzione svolge attività informativa, rispetto al comune cittadino che non può invocare immunità, ma solo se questa non è concessa a chi, meno di chiunque altro, ne ha il diritto.
Si ripulisca il mondo dell’informazione tradizionale e si vedrà che anche i cittadini (e candidati politici) si sentiranno meno legittimati a comportarsi in modi inqualificabili”.

Tratto dall’intervento di Vincenzo Zeno-Zencovich alla 31^ edizione del Festival Eurovision

Related Posts

Comments are closed.